
I giudici croati: "Ridate le case agli italiani". L’Alta Corte estende agli stranieri il diritto di restituzione dei beni confiscati dopo il 1945.
Via Radic 35. Centro di Zagabria. È questo l’indirizzo della speranza per gli italiani di Istria e Dalmazia che da oltre mezzo secolo sognano la restituzione delle loro proprietà nazionalizzate dalla Jugoslavia socialista. Con una sentenza storica, l’Alta Corte croata ha convalidato la decisione del 2008 di un tribunale amministrativo: la palazzina di via Radic 35 dovrà tornare alla sua antica proprietaria, Zlata Ebenspanger, una donna ebrea di origini croate, ma cittadina brasiliana.
Una svolta. Finora le leggi di denazionalizzazione, approvate dalle nuove repubbliche indipendenti dopo la dissoluzione della Jugoslavia del Maresciallo Tito, non avevano mai esteso agli stranieri il diritto alla restituzione delle proprietà confiscate. Anche in Croazia: i croati potevano riavere i beni (o un indennizzo), gli stranieri no. «Come se la proprietà privata dipendesse dalle varie cittadinanze», commenta un soddisfatto Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana e deputato al parlamento croato (un seggio è riservato alla minoranza): «Aspettavamo da anni una sentenza del genere. Pochi credevano in un verdetto favorevole. Sembra invece che lo Stato di diritto abbia funzionato».
Dall’indipendenza della Croazia, nel 1991, sono 4.211 i cittadini stranieri che hanno avviato al Ministero della Giustizia di Zagabria l’iter per la restituzione dei beni espropriati dopo il 1945. In testa gli italiani (1.034), seguiti da austriaci (676), israeliani (175) e tedeschi (143). Ma per capire i limiti e la portata della sentenza dell’Alta Corte serve un ripasso di geografia e soprattutto di storia, in quest’area di frontiere mobili e di grandi tragedie, tra guerre, foibe e il doloroso esodo dei giuliano-dalmati.
Dopo la guerra, Tito confiscò tutti i beni degli italiani che, costretti dal crescente clima d’odio, avevano abbandonato i territori dell’Istria e della Dalmazia. Il Trattato di Pace di Parigi del 1947 stabilì in 125 milioni di dollari la somma di riparazione che l’Italia doveva versare a Belgrado per i danni bellici. Le autorità socialiste (anche se questo non era previsto dal Trattato, che anzi garantiva il diritto di proprietà) iniziarono ad attuare confische di massa, giustificando il comportamento proprio con la questione del mancato risarcimento. Nessun successivo Trattato (Osimo nel 1975, Roma nel 1983) ha risolto la questione.
La Jugoslavia si era impegnata a pagare per i beni nazionalizzati ma, con la dissoluzione, tutto è finito nelle tasche dei nuovi Stati. Così, solo per la Croazia, visto che si tratta in gran parte di palazzi e ville lussuose, il conto potrebbe arrivare a 500 milioni di euro. La possibilità di restituzione aperta dalla sentenza dell’Alta Corte riguarda solo una particolare categoria di cittadini stranieri privati dei loro beni. Innanzitutto, per il risarcimento, la domanda deve essere stata presentata entro il febbraio del 2003. E poi, per gli italiani, è più problematica la situazione dei molti a cui case e terreni furono nazionalizzati dopo il Trattato del 1947 perché non sono nella lista già stilata allora delle restituzioni. E la paura ulteriore, come spiega il presidente dell’Unione degli istriani Massimiliano Lacota, è che finisca come in Slovenia, dove molte proprietà sono state vendute dallo Stato ai privati, rendendo impossibile la restituzione. «Per evitarlo - riflette -, l’Italia dovrebbe sottoscrivere un accordo bilaterale che congeli la situazione».
Conosce bene queste insidie la signora Anita Derin, capodistriana doc, che spera ancora di poter tornare nei luoghi della sua infanzia. «Siamo scappati nel 1947, quando avevo dodici anni - racconta -. Un partigiano con i baffoni neri entrò e si prese la mia cameretta: il letto per sé, il divano per il suo cane lupo. Mi rimangono solo le chiavi d’ingresso e un pezzetto di muro, che ho recuperato anni dopo. Oggi la villa ospita alcuni uffici e non amo vederla così. Tutte le notti, prima di addormentarmi, torno con il pensiero a sessant’anni fa. Ricordo perfettamente ogni angolo, ogni lampada e ogni tappeto. Ho già dato disposizioni: se non mi restituiranno la casa voglio almeno essere sepolta con le chiavi in tasca».

La guerra distrugge, ma non cancella. C’era una volta una squadra che l’invasione delle truppe di Tito ha cancellato. 14 marzo 1943, campionato di serie C: la Fiumana disputa la sua ultima partita, una vittoria per 4 a 1 contro il Vittorio Veneto. Poi nulla più. La guerra, il fronte, i rastrellamenti; preludio del passaggio di Fiume alla Jugoslavia. Oggi quella squadra potrebbe rinascere.
Sergio, Antonio e Luigi hanno tante cose in comune. Condividono un cognome molto conosciuto nel mondo del calcio: Vatta. Sergio ha speso una vita a coltivare talenti nelle giovanili del Torino, prima di entrare in federazione e diventare tecnico delle nazionali giovanili; un lavoro prezioso e silenzioso. Sergio è nato a Zara nel 1937. Era poco più che un bambino quando la Fiumana disputava i suoi ultimi campionati. Oggi vive a Torino, uno dei tanti esuli giunti nel capoluogo piemontese dopo la guerra. Nella città sabauda, insieme al fratello Antonio, presidente della Consulta Piemonte dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e al figlio Luigi, avvocato, coltiva un sogno: far rinascere la Fiumana.
Li abbiamo incontrati e ci hanno raccontato il loro progetto.
Come è nata l’idea di ricostituire la Fiumana?
(Sergio Vatta) L’idea nasce in ambito familiare, sulla scorta dei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsa prima nella nostra Zara, in Dalmazia, poi in giro per il Nord Italia, nei campi profughi: un’odissea durata 12 anni. Io e mio fratello Antonio abbiamo sempre giocato a calcio, per noi la Fiumana era il mito, la squadra più rappresentativa della nostre terra. Certo in Istria, in Dalmazia e anche nella stessa Fiume c’erano altri club di prestigio, ma la Fiumana era l’unica ad aver giocato in Serie A.
Oggi sono trascorsi tanti anni, ma le nostre radici sono profonde e vive come non mai. Abbiamo pertanto creduto in un sogno, quello di riportare in vita la grande Fiumana, facendola ripartire da dove si era prematuramente interrotta la sua avventura, da quel campionato di serie C da cui la guerra l’aveva strappata. A dire il vero, la guerra causò anche la ben più grave perdita per l’Italia di tutti i territori dell’Adriatico Orientale e scatenò tragedie immani come le Foibe e l’Esodo. Ma noi siamo ancora qui, non solo per ricordare, ma per far sì che anche i nostri figli e nipoti, possano ricordare chi siamo e da dove veniamo.
La Fiumana in questo senso è un simbolo, non solo della città di Fiume, ma di tutte le terre perdute, e ogni esule potrà riconoscervisi. Vorremmo dar vita a una grande polisportiva, perché la tradizione sportiva giuliano-dalmata ebbe grandi campioni in tantissime discipline, e vogliamo testimoniare questo grande passato dando modo ai nostri giovani di praticarle tutte. In questo modo otterremo il doppio risultato di mantenere una precisa identità etnica, invece di sparire come popolo col termine della nostra generazione, nonché di far conoscere a tutti gli Italiani la nostra storia, che è anche la loro. Perché noi siamo prima di tutto Italiani orgogliosi di esserlo, nonostante il tremendo prezzo pagato per poterlo affermare.
Avete chiesto alla Federazione il reintegro tra i professionisti. Già lo scorso anno l’ammissione è stata negata. Per quale motivo pensate che la vostra richiesta debba essere accettata?
(Luigi Vatta) La nostra istanza si fonda su argomentazioni di ordine morale e giuridico. Sotto il primo profilo, riteniamo che il progressivo riconoscimento dei diritti della nostra comunità, culminato con l’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004, possa e debba sfociare nel riottenimento della categoria in cui la Fiumana militava al momento del suo forzato scioglimento. Una sorta di risarcimento morale per le tragedie da noi patite. Il mondo dello sport, e in particolare quello del popolarissimo calcio, dovrebbe in tal senso dimostrarsi all’avanguardia rispetto alla politica, che conosce tempi molto più lunghi e vincoli più cogenti, e dimostrare di essere in grado di svolgere la funzione educativa che gli è propria. Noi riteniamo che la nostra richiesta dia modo al CONI e alla FIGC di espletare la fondamentale funzione di educare i cittadini, consentendo loro di conoscere una storia italiana rimasta troppo a lungo nascosta. Purtroppo pare che la burocrazia del governo dello sport sia più tenace di quella politica, e per questo ci siamo rivolti al Sottosegretario allo Sport On. Rocco Crimi, e nello scorso novembre abbiamo avuto un proficuo colloquio con lui a Palazzo Chigi, da cui speriamo arrivi l’impulso per sbloccare la situazione di stallo.
All’On. Crimi, ovviamente, abbiamo parlato anche del secondo profilo, quello giuridico, spiegandogli che la FIGC ha pur riconosciuto la fondatezza delle nostre pretese, accogliendo le conclusioni formulate dal compianto Giudice Laudi, incaricato di studiare il caso, ma si è trincerata dietro non meglio precisate “difficoltà organizzative” che impedirebbero l’inserimento della Fiumana in un campionato professionistico. Cosa che fa quanto meno sorridere, viste le recenti difficoltà di una serie impressionante di club impossibilitati ad iscriversi. Ma a noi questo non interessa: abbiamo detto chiaramente che non siamo una squadra da “ripescare”, che non vogliamo togliere il posto a nessuno che l’abbia meritato sul campo nell’ultima stagione, bensì intendiamo usufruire della possibilità di far ritenere “congelato” il titolo della Fiumana maturato nel 1943, dato che la normativa federale consente che l’attività interrotta per “casi di forza maggiore” riprenda anche a distanza di molti anni. Lo prevede l’art. 16 NOIF (norme organizzative interne federali). Se poi vogliamo discutere sulla natura di “casi di forza maggiore” che noi riconosciamo ai tragici avvenimenti del 1943-45… E comunque anche e soprattutto la legislazione dello Stato è dalla nostra, poiché le leggi n. 137/52 e la n. 763/81 prevedono che in ogni settore economico debbano essere ripristinate le condizioni antecedenti l’Esodo: noi eravamo una società professionistica, dunque rientrante nel mondo del lavoro, e anche se lo sport non è espressamente citato nelle due leggi, occorre tener conto del chiaro orientamento del nostro Legislatore.
In ogni caso, abbiamo atteso oltre 60 anni per rivedere in campo la Fiumana, e non ci spaventa certo qualche anno in più: abbiamo formulato la nostra istanza nel 2008, non saremo ai nastri di partenza per la stagione 2010/11, ma contiamo di esserlo nel 2011/12.
Nel 2011 è in programma il Triangolare del Ricordo che vedrà la partecipazione delle squadre di Pola, Fiume e Zara. Sarà la prima volta, dopo la fine della guerra, che le tre formazioni si affronteranno nuovamente. Come è nata questa iniziativa e che messaggio vuole trasmettere?
(Antonio Vatta) Il “Triangolare del Ricordo” è una splendida iniziativa messa in atto dalla Sede Nazionale dell’ANVGD, la più importante associazione di esuli di cui anche noi facciamo parte, io in particolare con l’incarico di presidente della Consulta Piemonte.
Credo che la nostra iniziativa di rifondare la Fiumana abbia aumentato a dismisura la “fame” di calcio e sport giuliano-dalmata e la risposta data col Triangolare del Ricordo mi pare ottima. Il messaggio è in linea con quello che vogliamo dare noi attraverso la rinascita della Fiumana: siamo vivi, siamo Italiani in mezzo agli Italiani, sparsi per tutta la penisola, ansiosi di farci conoscere e di rendere nota la nostra storia, che non è fatta solo dei tragici avvenimenti (ancora poco noti) che vanno sotto i nomi di Foibe ed Esodo. Siamo Romani, Veneziani, Italiani, siamo lavoratori che si sono fatti valere in tutte le professioni, e siamo anche calciatori come Loik, Volk e i fratelli Varglien, tennisti come Sirola e Cucelli, pugili come Benvenuti, velisti come Straulino e tanto altro ancora.
Il comitato organizzatore ci ha interpellati, e noi ovviamente aderiamo e parteciperemo all’iniziativa, sperando che l’11 giugno 2011 possa essere il prologo della stagione calcistica che rivedrà finalmente in campo la Fiumana, in Prima Divisione. In ogni caso sarà emozionante ritrovare i tanti fratelli sparsi per il mondo, che accorreranno a Roma per lo storico evento. E chissà, magari tra quei giovani discendenti di esuli che scenderanno in campo, ci sarà qualche talento che potrà vestire la maglia della rinata Fiumana.
di Luca Paradiso

(nella foto Piazzale e Varco Zara al Porto di Livorno)
Che senso c’è a cancellare un pezzo del proprio passato addomesticandolo su misura? è una bella domanda che ci facciamo spesso leggendo di come si croatizza la storia piegando ( o tentando di farlo) , storpiando , nazionalizzando nomi , cognomi , vicende del passato. Ed è la domanda che si fanno Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera raccontando Zara oggi e Zara ieri.
Per motivi di copyright non possiamo pubblicare l'articolo integralmente ma vi segnaliamo questo link dove poterlo leggere.